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Francesco Angeliccio, uno de los primeros miembros italianos del Opus Dei


      Escribía Angeliccio en 30 giorni, antes de la canonización su testimonio sobre Escrivá:

 

Francesco Angelicchio, uno de los primeros italianos del Opus Del, escribe: «Siempre le he oído expresar clarísimas y severas condenas contra los regímenes totalitarios, tiránicos y liberticidas, fuesen del color que fuesen.»

Ho chiesto al fondatore e padre dell’Opus Dei l’ammissione all’Opera il 9 novembre 1947, nel giorno in cui a Roma si celebra la festa della Dedicazione della Basilica lateranense, sua cattedrale.


Ho conosciuto il beato Escrivá poco dopo essermi trasferito – entro lo stesso anno – nel primo centro ufficiale della Prelatura in Italia, ubicato nel quartiere Parioli, in viale Bruno Buozzi 73. Avevo allora 26 anni. Militante fin da giovanissimo nell’Azione cattolica e, più tardi, nella Fuci e nel gruppo giovanile Vincenziano della mia parrocchia, al momento del primo contatto con l’Opera ricoprivo presso il Vicariato di Roma l’incarico di vicepresidente diocesano della Giac romana, il cui presidente – Franco Recchi – mi guidò provvidenzialmente all’incontro coi “magnifici sette” (come mi venne spontaneo di chiamarli), quanti erano appunto i primi membri dell’Opus Dei, venuti dalla Spagna per avviarne il lavoro in Italia.

      Dopo avermi accolto con un grande abbraccio e salutandomi con un gioioso «ecco finalmente il mio primogenito italiano», il fondatore ebbe a dirmi che aveva pregato molto per me e per la mia vocazione all’Opera di Dio. Tra le prime cose che aggiunse fu che quanto in quei primi momenti mi era dato di vedere, era non già l’Opus Dei, bensì un seme sotto terra, un seme destinato a diventare un grande albero nella vigna del Signore: un seme, così nascono tutte le sue opere, così com’è nata la stessa Chiesa.

Ebbe a dirmi che l’Opera non è stata voluta da un uomo, bensì da Dio, il quale si è voluto servire di lui – «strumento sordo e inutile» – per realizzare un suo preciso disegno volto al bene della Chiesa e dell’intera umanità. «Mi chiamano fondatore», continuò a dirmi, «ma mi ritengo fondatore senza fondamento. Sono, infatti, un povero peccatore che ama follemente Gesù Cristo…».

E poi: «Non ho nulla, non valgo nulla, non posso nulla, ma come dice di sé l’apostolo Paolo, omnia possum in Eo, in Colui che mi ha chiamato. Sono dunque come il pennello nelle mani dell’Artista divino… Si può innalzare un monumento ad un pennello? Devi sentirti così: uno strumento di Dio, devi abbandonarti nelle sue mani con docilità e resa totale. Devi sentirti proprio così: sicut lutus, come argilla nelle mani del vasaio, sentenzia la Scrittura e cioè lo Spirito Santo».

Oltre i miei direttori e fratelli laici, nella fase di rodaggio del cammino dell’Opera, ho avuto due fondamentali santi e maestri di dottrina e di ascetica: il fondatore e il suo immediato successore, il venerato don Alvaro del Portillo, che sarà consacrato vescovo-prelato dell’Opus Dei da Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1991. Don Alvaro era in quegli anni lontani l’unico sacerdote dell’Opera presente a Roma. Da lui mi confessavo e con lui parlavo per capire e vivere l’Opus Dei così come il Signore l’aveva dato a conoscere al fondatore e così come il beato l’aveva dato a conoscere a noi. Lo stesso beato ci ha ripetuto infinite volte che l’Opera si fa «divenendo noi stessi Opus Dei».


Non un’Opera chiusa in se stessa, esoterica, un’élite di anime privilegiate e aristocratiche, un’Opera segregata dalla Chiesa e dal mondo, ma, al contrario, aperta, apertissima (accoglie in sé come cooperatori anche non cattolici e non cristiani). Opera, quindi, ben messa nelle viscere («en las entrañas», diceva nella sua lingua natìa il beato) del mondo e totalmente identificata con lo spirito e la vita della santa Chiesa, col romano Pontefice, col vice Cristo, o col dolce Cristo in terra, come gli piaceva ripetere al modo di santa Caterina da Siena, sua prediletta insieme a santa Teresa di Avila.


Tempi duri quelli vissuti dalla Chiesa in coincidenza del primo sviluppo dell’Opera: al di dentro e al di fuori di essa. Un’emorragia che sembrava inarrestabile di vocazioni sacerdotali e religiose – maschili e femminili –, contestazioni sul piano dottrinale e morale da parte di certi ambienti ecclesiastici, ribellioni e aperti dissensi contro la disciplina morale e canonica, controversie accese sul celibato ecclesiastico, sulla liturgia, a favore di ritualismifai da te, senza contare gli influssi nefasti di ideologie social-politiche e di mode culturali imperanti prima, durante e dopo il Concilio Vaticano II.

Il nostro santo fondatore ha sofferto incredibilmente, nell’anima e nel corpo, in quei difficili momenti, offrendosi come vittima di espiazione e di riparazione per tutti i sintomi e i segni di dissenso, di incomprensione, di travisamento, di resistenza al magistero della Chiesa, nonché di diffidenze, di critiche e contrapposizioni derivanti da invidie e considerazioni umane.


Per questo il beato non riusciva a trattenere il suo gemito di dolore espresso in questi termini: «Me duele la Iglesia» (mi fa male la Chiesa) e ci esortava a pregare con più fervore e assiduità per la santità della Sposa di Cristo e per l’unità dei suoi apostolati, ripetendo, almeno una volta al giorno, la supplica al Cielo – quella stessa espressa per la prima volta da Gesù alla vigilia della sua passione e morte –: «Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi… Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 11.20-21).

Un giorno di quei primi tempi il beato ebbe a sussurrarmi all’orecchio: «Non avrei mai immaginato di ritrovarmi straniero in Roma». Però, dopo una pausa di commozione, aggiunse subito: «Ma con tutto questo voglio assicurarti che ogni giorno amo di più la Chiesa e il papa». «Vedi», continuò parlandomi in confidenza, «un tempo amavo il papa con un amore più sentimentale ed emotivo. Adesso lo amo con un amore più teologale, più soprannaturale e profondo».

E mi confidò che ripeteva con frequenza una di quelle sue giaculatorie più indovinate e sentite: «Omnes cum Petro – tutti con Pietro – e Ad Iesum per Mariam – a Gesù attraverso Maria –»; e poi ci chiedeva di accompagnarlo assiduamente in piazza San Pietro per recitare insieme il Credo della Chiesa cattolica. Arrivato all’articolo Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, lo ripeteva tre volte di seguito sul sagrato della Basilica vaticana, dirigendo lo sguardo alternativamente alla sua splendida facciata e alle finestre dell’appartamento papale, dalle quali il santo padre si affaccia per salutare e benedire il suo popolo.

      Il 9 novembre 1947 mi sono ritrovato, per grazia di Dio, in quel piccolo seme sotto terra che dicevo all’inizio di questa mia breve testimonianza. Il 6 ottobre 2002 – dopo 55 anni di vocazione – per la misericordia di Dio i miei occhi vedranno quel seme cresciuto come un albero gigantesco nella vigna del Signore, tra i cui rami e alla cui ombra verranno a radunarsi innumerevoli anime di ogni contrada terrestre per cantare le grandezze del Signore e per confermare il proprio impegno di fedeltà e di santità alla Chiesa. q



 

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